Pubblicato il 10 marzo 2023 su Gazzetta del Mezzogiorno il mio articolo “Università al San Paolo? Si, ma che non sia uno slogan elettorale”.
Ecco l’articolo
Questa mattina in sala di consiglio municipale convocata di urgenza abbiamo approvato un protocollo di intesa tra il Municipio 3, il Comune di Bari e alcuni dipartimenti per svolgere alcune iniziative di ricerca e diffusione della conoscenza. Senza dubbio un buon auspicio a cui, come ho pubblicamente affermato in altre occasioni, continuerò a dare il mio appoggio affinché l’iniziativa si possa realizzare.
Sono fortemente convinto, infatti, così come dichiarato in passato dal sindaco Dalfino, che la l’ <<Università può cambiare i volti dei quartieri>>: guardiamo cosa è successo nei quartieri parigini che pullulano di fastfood, biblioteche, shop, negozi vintage prorio lì dove sorgono le università.
Tuttavia, un’idea talmente visionaria racchiude dentro di sé una serie di criticità che bisogna approfondire. Uno degli errori più facili in cui cadere per un amministratore pubblico è, infatti, quello di replicare iniziative di successo in altre epoche e in altri luoghi in zone e tempi differenti, col rischio che le stesse idee possano rimanere tali e non realizzabili.
Partiamo dal presupposto che ogni quartiere, come ogni città e, più in generale, come ogni luogo ha le sue sfaccettature, le sue regole, le sue volontà. Una costante semplificazione è quella di pensare che ciò che funziona in altri contesti possa funzionare dovunque. Il Quartiere San Paolo nel corso del tempo è stato già palcoscenico di progetti visionari. Sia da un punto di vista urbanistico che sociale e welfare il quartiere San Paolo ha dimostrato quanta è alta la voglia dei residenti e l’attenzione delle amministrazioni a costruire una nuova narrazione rispetto al passato ma quanto spesso alcuni progetti non hanno portato ai risultati attesi.
Ricordo con quanti buoni presupposti un tempo venne accolta la realizzazione dell’Interporto, la progettualità di piazza Europa, la costruzione della zona Nuova San Paolo. Ciascuna di queste iniziative, con motivazioni e in declinazioni differenti, in realtà non ha impattato sul territorio tanto quanto si sperava. E questi parziali “insuccessi” in realtà hanno un fattor comune denominatore: hanno tutti creato nella cittadinanza grandi entusiasmi e speranze disilluse.
Ecco perché oggi, prima ancora di pensare a nuove politiche di welfare ad alto respiro, dovremmo chiederci: cosa possiamo fare per rilanciare le infrastrutture già presenti e mai decollate nel nostro territorio? Cosa non è andato nella progettazione e nella esecuzione delle stesse iniziative? Di chi sono le responsabilità e come fare in futuro per costruire presupposti differenti nelle progettualità? Queste domande devono diventare il leit motiv delle discussioni pubbliche con i cittadini, al fine di riuscire a cogliere quelle che sono le vere esigenze del territorio. Bisogna avviare un confronto serio e aperto sul tema, coinvolgendo i vari attori della società civile: politica, terzo settore, imprese e cittadini.
Va benissimo studiare le nuove politiche di impatto sul territorio, ma è il momento di fare i conti con la realtà e capire qual è davvero l’esigenza e la volontà territoriale. Farò una dichiarazione forte: non sono convinto che l’università in un futuro prossimo possa davvero cambiare le sorti del nostro quartiere: la studentification di alcuni luoghi della città rischia anche di avere un effetto contrario e opposto rispetto a quello sperato, con contesti periferici che possono ritrovarsi fragili e vulnerabili alle nuove esigenze dell’indotto universitario che si andrebbero a generare.
Prima di pensare a questo dovremmo migliorare la viabilità, garantire la sicurezza della zona, soddisfare le nuove esigenze didattiche e private dei nuovi potenziali frequentatori del Quartiere (cartolerie, bar, ristoranti, stalli per monopattini, piste ciclabili, zone verdi, ostelli, biblioteche, aule studio) e così via. E a riguardo il PNRR è un’opportunità senza precedenti che abbiamo per costruire nuovi presupposti per i quartieri periferici.
Sicuramente le politiche attive su un territorio devono avere l’ambizione di volerlo migliorare, costruendo nuove premesse. Questo, tuttavia, non basta: è necessario anche prendere consapevolezza dei limiti e delle potenzialità del contesto di riferimento e capire realmente cosa è possibile fare, costruendo nel caso i presupposti per un reale processo di riqualificazione senza precedenti. Altrimenti rischiamo non solo che un’idea visionaria rimanga tale ma che, peggio ancora, possa addirittura essere utilizzata come alibi per l’insuccesso.